Encelado – Capitolo 1

Miriam era già stata in quel posto. Riconosceva ognuno dei dettagli che le due lampadine nude pendenti dal soffitto sbalzavano dal buio: le grate rugginose lungo le pareti, le enormi travi allineate sul soffitto, il pavimento metallico macchiato di sangue. Anche la creatura all’altro capo della sala le era familiare. Gli occhi bianchi senza pupilla, la pelle semi trasparente, la bocca così grande e carnosa, da nascondere completamente mento e narici, restava immobile e muta nel cono di luce proiettato da una delle due lampadine, e la fissava senza espressione, oscillando leggermente sulle gambe.
Sembrava in attesa di qualcosa.
Poi una seconda creatura identica alla prima emerse dal buio. Aveva in mano un oggetto metallico lungo circa mezzo cubito, che lei conosceva fin troppo bene. Dopo un cenno di intesa le creature si mossero verso di lei. Miriam fu colta dal terrore, perché sapeva cosa stava per succedere. Cercò di scappare, ma era stesa su un letto da ospedale, nuda dalla vita in giù, e anche se non le sembrava che cinghie o legacci la stringessero, non poteva muoversi. Spalancò la bocca per urlare, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono.
La prima delle due creature la afferrò per le spalle con lunghe dita senza unghie. Il tocco delle dita era ottenebrante, l’odore insopportabile. Miriam si dibatté con foga. Ma le dita la legavano al letto come cinghie. La loro stretta era così forte, che niente sembrava in grado di vincerla. Quando rivolse lo sguardo alla creatura, per implorare pietà, lo sguardo che ottenne in risposta le tolse anche le ultime forze.
Non aveva modo di opporsi.
La seconda creatura, ferma ai piedi del letto, le puntava contro l’oggetto che teneva in mano, rigirandolo sotto la luce fioca che pioveva dall’alto. Lo strumento aveva la forma di un calamaro: l’impugnatura era il mantello, i rebbi erano i tentacoli, il giunto era un occhio bulboso.
Le restava una sola via di fuga. E quando la seconda creatura calò il calamaro per rubarle l’unica cosa che avesse mai amato, decise che era il caso di imboccarla.
La veglia la accolse con una violenta contrazione dei muscoli dorsali e addominali, che prima la costrinse a sedersi sul letto, poi a tornare distesa. Aprì gli occhi. La scarsa luce che filtrava dalle impannate bastò a cancellare gli ultimi residui di sogno che ancora le riempivano le palpebre. Annaspò, cercando di rimettersi seduta. Ma la luce le si appiccicava addosso e rendeva intollerabilmente faticoso ogni movimento.
Si puntellò sui gomiti. Allargò le gambe, tese i muscoli della schiena. La schiena era madida di sudore, la camicia da notte incollata al ventre, all’inguine, alle cosce.
Poi un po’ alla volta il suo respiro divenne regolare. Sedette sulla sponda del letto. Strofinò i piedi sul pavimento. Il tocco del pavimento la aiutò a rimettere insieme gli ultimi pezzi, a ridare al sogno la giusta dimensione. Non era la prima volta che gli incubi rendevano così agitato il suo sonno, e quell’incubo in particolare, con i mostri semi umani che le frugavano le viscere, era tornato spesso negli utimi tempi. Ma ormai aveva imparato a venirne fuori prima che cominciasse la parte peggiore.
Riacquistò la calma.
Si alzò in piedi. Andò alla finestra e aprì l’impannata. La luce dilagò nella camera, ridisegnando gli oggetti che la popolavano con la consueta, desolante precisione. Allora il letto fu di nuovo il solito letto da due soldi che suo marito Jubal doveva aver comprato da qualche rigattiere, il comodino tornò il solito comodino ingombro di robaccia, il guardaroba ricominciò a scrutarla con severità dagli specchi montati sulle ante.
Si guardò in uno degli specchi. Non a lungo, perché specchiarsi la deprimeva. Si trovava ogni giorno più sfatta e gualcita. Ora notò che la camicia da notte aderiva mollemente alle sue forme, che i seni, le cosce e i fianchi non riuscivano più a riempirla, a modellarla come un tempo. I capelli somigliavano a un viluppo di rovi, i grandi occhi neri, dei quali era sempre andata fiera, erano ridotti a fessure.
E dire che aveva solo trent’anni.
Diede un’occhiata alla sveglia sul canterano. Trasalì. Doveva aver dimenticato di nuovo di puntarla, perché era tardissimo.
Uscì dalla camera a piedi nudi. Attraversò il soggiorno, immergendosi nel getto di luce bianca che usciva dalla porta della cucina. La cucina era sommersa dal sole solstiziale, che ne rivelava compiutamente lo sfacelo: un mucchio di stoviglie sporche riempiva l’acquaio e il ripiano; un melograno spaccato rovesciava le interiora ormai marce sulla tovaglia del tavolo; brodaglie rapprese e polpette in putrefazione occupavano una mezza dozzina di piatti e di scodelle sparsi un po’ ovunque.
Quando Miriam aprì il frigorifero, fu assalita dalla puzza. In due cartoni il latte era avariato. Ma la puzza non veniva solo dal latte. Doveva essere andato a male qualcos’altro. Infilò la testa nel frigo per cercare la seconda sorgente, ma desistette subito. Che bisogno c’era di darsi pensiero? Siccome non mangiava mai a casa, presto sarebbe andato tutto a male. Allora non avrebbe dovuto far altro che svuotare il frigorifero e buttare l’intero contenuto nella spazzatura.
Nel terzo cartone il latte era ancora commestibile. Prese una scodella dall’acquaio, rimosse con le dita alcune briciole dall’orlo e un capello dal fondo e la mise a tavola. Riempì la scodella di latte e rovistò nella credenza in cerca del pane da tostare. Il pane non c’era, ma rimediò dei biscotti.
Dopo aver tuffato un biscotto nel latte, lo osservò liquefarsi in una poltiglia gialla. Questo le tolse la fame. Andò in bagno, fece una doccia, si lavò i capelli. Si sentì molto meglio: avrebbe fatto di nuovo tardi al lavoro, ma non poteva rinunciare a quella sorta di rito mattutino. Per come la vedeva lei, uscire di casa senza essere a posto e pulita significava arrendersi, adattarsi al disfacimento. E questo non poteva permetterselo. In ogni caso il notaio Lopes non l’avrebbe rimproverata, probabilmente non si sarebbe né meno accorto del ritardo.
Uscendo dal bagno, sentì dei rumori. Fu colta da un accesso di rabbia. Si affacciò in cucina. Jubal stava facendo colazione con una tazza di latte e dei biscotti. Sedeva al solito posto, la testa incassata nelle spalle, la mano sinistra che inclinava la tazza per spostare il latte da un lato e facilitarne la raccolta. Sul tavolo c’erano anche del pane imburrato e alcuni vasetti di confettura. Miriam non riusciva a immaginare da dove venisse tutta quella roba.
Jubal era fresco e pulito come ogni mattina: aveva il volto perfettamente rasato e i capelli scriminati con cura. Indossava l’uniforme da lavoro, con le maniche rimboccate fino ai gomiti. Calmo, silenzioso, gli occhi appena velati dalle palpebre, le mani che si muovevano con cautela un po’ eccessiva, ostentava l’appagata spossatezza che lo sorprendeva immancabilmente alla fine della settimana.
Il solito Jubal. La stesso uomo insieme al quale Miriam aveva fatto colazione ogni mattina negli ultimi tre anni.
Eppure era tutto sbagliato.
«Sei di nuovo in ritardo» disse Jubal, inzuppando un biscotto nel latte. Non l’aveva ancora né meno guardata. Ma aveva questa strana dote: anche se non guardava e non ascoltava, sapeva sempre tutto.
Miriam aveva impiegato tre anni a capire quanto fosse scaltro. All’inizio aveva creduto che fosse un ingenuo e si era illusa di manovrarlo secondo il suo capriccio. Poi, quando si era accorta del disfacimento, quando la parola disfacimento era diventata l’unica in grado di definire appieno la realtà, aveva cominciato a disprezzarlo, perché non era in grado di vedere quello che vedeva lei. È un illuso, si diceva, uno di quegli idioti che passano il tempo fissando le nuvole e non si accorgono di camminare sull’orlo di un dirupo. Non aveva tentato di spiegargli come stavano le cose, di additargli la verità.
Tanto non le avrebbe mai creduto.
Invece l’illusa era lei. Per tutto quel tempo aveva immaginato di farsi beffe di Jubal, mentre era lui a manovrarla.
La rabbia divenne inarginabile: «Cosa ti interessa se sono in ritardo?»
«Volevo solo avvisarti.»
«E poi perché sei a casa?»
«E dove dovrei essere?»
«Non lo so. Da un’altra parte. Non qui, in ogni caso.»
«Spiegami dove allora.»
Bella domanda. Erano le otto del mattino di un qualunque venerdì, e Jubal stava facendo colazione in cucina. Cosa c’era di sbagliato in questo?
Invece no. Era tutto sbagliato. In qualche modo la presenza di Jubal distorceva la realtà, la corrompeva, la riportava alla degradazione che aveva preceduto la dichiarazione di guerra. Come se il tempo si fosse ripiegato su se stesso. E in effetti l’intera scena, con Jubal che faceva colazione e Miriam che lo fronteggiava dalla porta, si ripeteva pressappoco identica da molti mesi.
Fu assalita dallo sconforto. Aveva vinto. Aveva combattuto e aveva vinto. Ma con quale risultato? Jubal era ancora al posto che gli era stato assegnato, e niente della sua opera era andato perso.
Ma ora Jubal era diventata sfocato e trasparente, e attraverso le sue mani si vedevano il melograno spiaccicato che stava sul tavolo prima del suo arrivo e i piatti sporchi che doveva aver spostato per prepararsi la colazione. Anche i biscotti, la scodella e i barattoli delle conserve erano diventati trasparenti. Miriam trattenne il fiato. Ma Jubal non sembrava essersi accorto della propria degradazione: continuava a inzuppare e a biascicare i biscotti con la consueta, rivoltante corporeità.
Miriam fu presa dal disgusto. E di nuovo dalla rabbia. Tutto si stava disfacendo, la città, le persone che abitavano la città, l’aria che le persone respiravano, la luce che disegnava la città e le persone. E invece Jubal continuava a comportarsi come al solito, come se le sue stupide abitudini fossero più importanti della sua stessa sopravvivenza. Eppure la portata del disastro che si preparava era così vasta, così spaventoso il destino che attendeva l’intera Encelado, che nessuno poteva permettersi di distogliere lo sguardo. I segni erano innumerevoli. Bastava guardarsi un po’ attorno, per capire che stava succedendo qualcosa di grosso. E non solo a Sojo, da dove la gente continuava a scappare, non solo a Mercato Vecchio, dove ormai c’erano più salamandre che ladesi, ma anche a Verema, a Kiba, a Jeresario, in centro. E non si trattava della desertificazione, della sporcizia, dell’inquinamento. Queste erano le manifestazioni più eclatanti di un processo che coinvolgeva sfere più profonde.
La rabbia di Miriam aumentò. Provò l’impulso di correre in camera, di stanare la gelida creatura che giaceva nell’ultimo cassetto del canterano e di esplodere di nuovo la sua rabbia come due settimane prima. Ma non poteva più farlo. Anche se le leggi naturali erano state sovvertite, anche se succedevano sempre più spesso cose illogiche e sbagliate come la presenza di Jubal in cucina, non le era concessa una seconda possibilità. Sarebbe stato ingiusto. Jubal aveva scontato la pena: lei non aveva alcun diritto di punirlo ancora.

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